Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese
Dal 16 aprile al 5 maggio 2026 CUBO Museo d’Impresa del Gruppo Unipol ospita nella Unipol Tower di Milano il progetto espositivo “Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese” nel quale il capolavoro Nero con punti di Alberto Burri, appartenente al Patrimonio Artistico di Unipol, è posto in dialogo con cinque straordinarie creazioni di Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Junya Watanabe, tra i più radicali designer giapponesi contemporanei.
L’ambizioso progetto espositivo, affidato alla curatrice di moda e studiosa di fashion theory Silvia Casagrande, è la nuova tappa del viaggio di valorizzazione dell’opera di Burri, iniziato nel 2019 con il suo restauro e con una successiva mostra tenutasi a Bologna negli spazi espositivi di CUBO, arricchita da una giornata di studi dedicata al Maestro umbro.
Obiettivo odierno è amplificarne e rilanciarne la rilevanza e l’attualità: la grande tela di iuta «sulla quale, nel 1958, Alberto Burri ha drammaticamente steso pittura monocroma, scura come l’ebano e ineluttabile come la notte, spalancandone al centro la ferita, per poi rammendarla e così rammentarci eternamente dello squarcio del mondo» – come descritto nel quaderno di studi curato da Ilaria Bignotti – rappresenta infatti un lavoro di capitale importanza, in un momento colmo di conflitti e mutamenti geopolitici come quello contemporaneo.
Il delicato eco-restauro della tela, realizzato con la collaborazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche CNR di Firenze, è stato effettuato utilizzando un prodotto di origine vegetale estratto dalle alghe giapponesi Funori, già impiegate da secoli in Oriente per il restauro di materiali porosi come carte e tessuti, ma quasi sconosciuto in Occidente.
Da qui nasce il legame tra l’opera del Maestro italiano e il Sol Levante, portando alla luce sorprendenti affinità tra Burri e i fashion designer giapponesi.
Accanto al tema del nero, infatti, troviamo quello dell’ombra, del vuoto, della piega, del taglio, della sutura e della struttura che si intrecciano alle sperimentazioni dei maestri della moda, fautori di una rivoluzione del linguaggio dell’abito fin dagli anni Ottanta.
Proprio in queste nuove creazioni il tessuto diventa metafora della pelle: le lacerazioni esibite rompono il codice dell’abito perfetto e su misura, aprendosi a una nuova estetica della materia ferita. È in questa tensione tra materia e silenzio che si può cogliere una relazione profonda con la ricerca di Alberto Burri, dove le irregolarità della superficie diventano luogo di trasformazione e memoria. Come nelle opere di Burri, anche nella moda giapponese la ferita della materia non è distruzione, ma linguaggio: un nero che rende visibile il vuoto e fa dell’assenza una forma di eloquenza.
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